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vol. III

                        

 

 

CRONACHE dal VILLAGGIO GLOBALE

 

s a t u r a e

 

 

VOLUMEN  III

 

Siamo tutti inseguiti dalle nostre origini…

                                                 Cioran 

 

I N D I C E

 

VILLAGGI - IN RISPOSTA A UN GIOVANE VISITATORE - IL CONTAGIO DELL'UMANO - L'ULTIMO UOMO - MANIFESTO - UN CASO STRANO - IL CIRCO - MANDRAKE THE MAGICIAN - BUFFALOFFIA - PETARDI E FUMACCHI - AL CAPOLINEA DEL TEMPO - MIASMI E ALLUVIONI - FUORI DAL... - DI RITORNO AL VILGLOB... 

 

 

 

 

VILLAGGI

 

il tempo della storia

(stravaganze spettrali)

 

 

…qui del Villaggio antico,

d'epica poesia,

smarrimmo la visione,

del canto suo la rima.

 

 

   Inospitale è questo posto insano

denominato  Villaggio Globale,

sgradevole, infelice, sciagurato!

Ch’altro poi chiedi che s’aggiunga ancora?

Inganno cova, avarizia e rapina,

vi si ripete la recita eterna

di smargiassi, canaglie, burattini;

squartar, sgozzar, smembrar che vuoi che sia,

se l’atomica è là nell’interrato?

Un malinteso, e piantala…  sganciata!

Grossolano, volgar, rozzo, crudele

volgo qui alberga, ch’alla scimmia è inviso.

Povera bestia! Patir onta infame

dacché feccia, fanatica e idolatra

dal primate pretende l’antenato!

 

   Ferì la Terra, con l’insulto immane

l’Alma Madre oltraggiò! Crimine atroce,

costò un mondo l’infamia nucleare!

Con usura insaziabile consuma

ad ogni istante del giorno Natura,

questa inferna ferina orda nefanda!

Tale volgo famelico, ammattito  

dacché di mezzi nasce iperdotato,

pretende gli astri conquistare e i cieli.

E i suoi miseri avanzi? Ossa disgiunte

d’orripilanti  disgregati scheltri,

disseminar nel cosmo.

      

 

   Tratteggiato questo identikit (questa “enormità” in tutta la sua dismisura!), non ci dimenticheremo però del nostro Piccolo Popolo. Il popolo di Lilliput? Il popolo degli Gnomi? Un popolo che oggidì non conta nulla, al quale perciò noi garantiamo il nostro soccorso e, soprattutto, non vogliamo far mancare il nostro affetto, compresi i Pigmei d’Africa, i minuscoli Cacciatori dell’Amazzonia, i modesti Inuit dell’Artico; e non vogliamo nemmeno trascurare i graziosi Pinguini dell’Antartico.

 

 

In risposta, a un giovane visitatore.

 

 

   I Pigmei sono un gruppo etnografico della foresta equatoriale. Aborigeni, cioè primitivi che anche nel singolare nanismo mostrano di essere al limite estremo dell’involuzione. Limitrofi alle foreste, danno gran rilievo (e qual sussiego!) alla loro perenne guerra contro il popolo delle Gru, ritenute temibili concorrenti nella provvista dei mezzi di sostentamento. Essi sono completamente trascurati o addirittura ignorati dagli Enti mondiali di beneficenza e quindi dalle grandi Pongo che presiedono, vice presiedono o semplicemente siedono nelle assemblee DEM d’Europa; Infatti, i poverini, non posseggono neppure uno straccetto di dollaro onde poter affidare la loro vita grama alle scorrerie degli scafisti o, forse, neanche ci pensano, e ciò va a loro lode. Non hanno una loro storia, né passata, né presente; non pare siano in grado di compiere imprese criminali tali da attirare l’interesse dei media. Non sono terroristi, non sono soggetti a ideologie e vangeli integralisti. Non leggono i giornali, la cosa più stupida che sia mai comparsa sulla faccia della terra, e sanno della televisione quel tanto che basta quando vanno a specchiarsi nelle acque dei laghi e dei fiumi. Non posseggono un solo esemplare di antico archibugio, ma soltanto rozzi bronchi e archi da caccia; conoscono e coltivano la loro ingenua epopea nazionale, la suddetta guerra alle Gru.

   Giustappunto prestiamo loro la nostra attenzione. Nel loro nudo e discinto primitivismo, di tutto spogli, privi di qualunque utensileria, li troviamo del tutto esemplari e inoffensivi a paragone dei primitivi di casa nostra e di cosa nostra in colletto bianco oppure abbigliati da plutocrati, tecnocrati e compagnoni. Restano a bocca aperta mirando il firmamento, quando di notte appaiono le stelle, ma non pare siano tanto pazzi da immaginare viaggi spaziali alla velocità della luce! Preferiscono la loro foresta ai territori deserti di Selene e di Marte. Ma, i primitivi megapoliti in arma atomica, peggio delle termiti, s’accaniscono a deforestare il globo intero per costruire le autostrade del futuro; il futuro dei Pigmei interrazziali protetti da gendarmerie fiscali armate con M16 e BULLPUP atomici a dodici canne; i pochi, veri Pigmei residui, confinati in riserve di foreste artificiali. 

 

 

                         

 

 

 

IL CONTAGIO DELL’UMANO

 

   E come potrebbe essere diversamente su un pianeta dove la carne si propaga con l’impudenza di un flagello? Ovunque ci si volga, si inciampa nell’umano, ripugnante ubiquità dinanzi alla quale si cade nello stupore e nella rivolta, in un’ebetudine di fuoco. Un tempo, quando lo spazio era meno ingombro, meno infestato d’uomini, certe sette, indubbiamente ispirate da una forza benefica, predicavano e praticavano la castrazione; ma, per un infernale paradosso, sono sparite proprio quando la loro dottrina sarebbe stata più opportuna e più salutare che mai. Maniaci della procreazione, bipedi dai volti deprezzati, abbiamo perduto ogni attrattiva reciproca, ed è soltanto su una terra semideserta, popolata tutt’al più da qualche migliaio di abitanti, che le nostre fisionomie potrebbero ritrovare l’antico prestigio. La moltiplicazione dei nostri simili rasenta l’immondo; il dovere di amarli, il grottesco. Ciò non toglie che tutti i nostri pensieri siano contaminati dalla presenza dell’umano, sappiano di umano e non riescano a liberarsene. Di quale verità potrebbero essere capaci, a quale rivelazione potrebbero elevarsi, quando questa pestilenza asfissia lo spirito e lo rende inadatto a considerare altro che l’animale pernicioso e fetido di cui subisce le emanazioni? Chi è troppo debole per dichiarare guerra all’uomo non dovrebbe mai dimenticare, nei suoi momenti di fervore, di pregare per l’avvento di un secondo diluvio, più radicale del primo.

 

E.M.Cioran

 

notazioni (discrete di aggiornamento) - maniaci della procreazione? si, anche assistita! maniaci delle adozioni import...maniaci delle proliferazioni gay, etc...delle proliferazioni anomale...propagandisti del mostruoso, del pervertimento, d'ogni genere di corruzione, etc...Umanesimo!...Ultra umanesimo!...Umanitarismo maniacale: l'umanoide in azione?...

 

 

 

 L’ULTIMO UOMO

 

   Quando Zarathustra ebbe pronunciato queste parole guardò la folla e tacque. “Eccoli la”, disse al suo cuore. “Essi ridono; essi non mi comprendono e io non sono la bocca per tali orecchie.”  […] “Essi hanno qualcosa di cui vanno orgogliosi. Come si chiama quella cosa che li rende orgogliosi? Essi la chiamano cultura, ed è ciò che li distingue dal pastore di capre.

Perciò essi odono malvolentieri quando si dice di loro la parola ‘disprezzo’. Quindi voglio parlare al loro orgoglio.

Sicché parlerò loro di ciò che vi è di più ‘spregevole’: che è l’ultimo uomo.”

E Zarathustra così parlò alla folla:

“E’ tempo che l’uomo si proponga una meta. E’ tempo che l’uomo pianti nella terra il seme della sua suprema speranza.

Ancora il suolo non è abbastanza ricco per far ciò. Ma fra non molto questo suolo sarà addomesticato e povero, e da esso non potrà più nascere nessun albero di alto fusto.

Guai allora! Perché già si avvicina il giorno in cui l’uomo non getterà più oltre l’uomo lo strale della sua nostalgia, e la corda del suo arco ha disimparato a vibrare.

Io vi dico: bisogna avere in sé il caos per poter partorire una stella che danza. Io vi dico: voi avete ancora del caos in voi.

Ahimè! Già viene il tempo in cui l’uomo non partorirà più nessuna stella. Ahimè! Viene il tempo dell’uomo più spregevole, che non può neanche più disprezzare se stesso.

Guardate! Io vi mostro l’ultimo uomo.

‘Che cos’è l’amore! Che cos’è il creare? Che cos’è la nostalgia? la stella?’ ecco ciò che si chiede l’ultimo uomo, ammiccando.

La terra allora sarà diventata piccola piccola e su di essa saltellerà l’ultimo uomo, che rimpicciolisce tutto. La sua razza non può essere estirpata, come quella della pulce; l’ultimo uomo è quello che vive più a lungo di ogni altro.

‘Noi abbiamo inventato la felicità’, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano.

Essi hanno abbandonato le regioni dove il vivere era duro: perché si ha bisogno di calore. In fondo si vuol bene al vicino e ci si strofina a lui, perché si ha bisogno di calore.

Per essi è peccato diventar malati e l’esser diffidenti, e si procede con piedi di piombo. Stupido è colui che ancora inciampa negli uomini o nelle pietre!

Un po’ di veleno di tanto in tanto: questo procura piacevoli sogni. E poi molto veleno alla fine, per una piacevole morte.

Si, si lavora ancora, perché il lavoro è un divertimento. Ma si fa attenzione che il divertimento non affatichi!

Non si diventa più né ricchi né poveri. Entrambe le cose sono troppo difficili. Chi vuole ancora regnare? Chi obbedire? Tutte e due le cose sono troppo difficili.

Né pastore né gregge! Tutti vogliono la stessa cosa, tutti sono uguali: chi sente in modo diverso va di propria volontà al manicomio.

‘Una volta tutto il mondo era pazzo’, dicono i più furbi e ammiccano.

Si è furbi e si sa tutto ciò che è avvenuto: di modo che non si finisce più di prendersi beffe di tutto. Si litiga ancora, ma ci si riconcilia presto, se no ci si guasta lo stomaco.

Ci sono i piccoli svaghi per il giorno, e quelli per la notte: ma si tiene in gran conto la salute.

‘Noi abbiamo inventato la felicità’, dicono gli ultimi uomini, e ammiccano”.

                                   

 

F.Nietzsche

   

 

*          *          *

 

 

M A N I F E S T O

 

 

“La patria non è più la terra dei padri, ma il suolo dove si nasce”.

 

“Noi, europei, siamo la patria del cristianesimo”.

 

“Israele, il paese delle nostre radici, e anche il paese del nostro futuro”.

 

 

   Queste frasi pronunciate da politici italioti, destrorsi e sinistroidi, denotano la mancanza di cultura, la pochezza di cuore, l’asservimento delle menti, la pusillanimità dell’animo di costoro. Arrivare al punto di disconoscere che l’origine culturale e spirituale delle nostre genti ha le sue radici nella Romanità e nella universale Classicità greco latina, fa intendere quale aberrante tendenza, rovinosa per le nostre giovani generazioni, trascina verso il nulla la tarata e tardiva “classe politica”. Di essi, asserviti ad oscuri interessi, e della loro incapacità d’amare la Patria non ci curiamo. Non intendiamo nemmeno sprecarci in un lungo discorso, ma a muso duro gridiamo:

 

 

V e r g o g n a !

 

 

 UN CASO STRANO

 

 

   Gianbattista Lorenzi fu uomo di teatro e soprattutto emerse ai suoi tempi come librettista; scrisse infatti libretti per il Paisiello e il Piccinni e produsse molto nell’ambito dell’opera buffa napoletana. È risaputo che il teatro emana magia e che in esso gli operatori acquisiscono un che di fatato e sono sovente degli incantatori. Anche divinatori e indovini? Ciò sembra accada più di rado. E fu proprio il caso di Gianbattista Lorenzi, che precorrendo più di due secoli, riuscì a vedere e a collocare sulla scena di una sua commedia un personaggio dei nostri giorni, e affrescarlo tal quale esso è. Non dovette esser facile, a lui metastasiano, uscire dal melodramma per dipingere un ritratto interrato nelle latebre del futuro e situarlo sulla scena adatta , la pagliacciata, di moda nel ventunesimo secolo, cioè la farsa astrusa del politichese in dem. Il genio scenico del Lorenzi ci è riuscito meglio di qualunque cantico oggi dedicato al detto personaggio dall’istrione di turno. E c’è un dato fatale: Lorenzi portava in sé lo schizzo del buffo personaggio, persino incorporato nel suo cognome.

 

   Ed ora, o lettore, goditi lo schizzo lo-renzi-ano, tu che sei penetrato e vivi in quest’oggi, cioè il fatidico futuro del settecentesco Lorenzi e hai a portata di mano Funny Big!

 

 

,, Figlio mio sì no zuccotto

,, Sciroppato nel decotto

,, Di cetrola del Perù.

,, Si na ſmorfia, sì na feccia,

,, Sì na beſtía boſcareccia,

,, Ch’haì dell’uomo il ſolo aspetto,

,, E dell’ asino il dippiù.

,, Che ti pare? Ho detto poco.

,, A tempo, e a loco

,, Co ficozze, e perepecchie

,, Sentirai ancor di più.

 

 

 

 

I L  C I R C O

 

             (ALLEGORIA)               

 

 Giovanetti in rossa livrea,

pressappoco stessa età e statura,

e le ragazze uguale. Ugualità!

Preferite così? A me non piace

il lemma uguaglianza, ch’ esala

odor sgradevole di domma.

Chiuso nell’uniforme,

il fantoccio/fantoccia

(malgaco del Madagascàr,

guanaco del Perù?)

spensa schedule-sconto

per le strade della città…

 

   Trotterellando al fianco

d'un nano salta in panca,

nell’arguta barbuzza

la capretta rumina

del vecchio dromedario,

smagrito ed indolente,

l’esotico dondolio…

In una gabbia di vimini

una grossa noce di cocco

si spacca tutto a un tratto

e un sorcio gabbatore

n’esce quatto quatto,

in cerca di fromage

con le forfecchie annusa…

fai lo le la

fai li le la…

 

   Dietro segue un clown,

top toppete toppete,

in una veste a toppe

nerastre, fulve e gialle

come il manto della giraffa;

e proprio del camelopardo

combina l’andatura,

ché la testa sua piccina ciondola

dal lungo collo schimbo…

 

  Spalanca un bimbo la rosea

boccuccia tonda,

poco men si mostrassero ai suoi occhi

le meraviglie dello Shahnama

 

   È tale in ver, e non fittizio, il c i r c o

e in questa metafora all’ossimele,

agrodolce recita

d’un bestiario zodiacale,

to’, stamane ci son dentro anch’io!

Ma voglia il sol caldo risplendere

sulla scialba giornata menichina!

 

   Poi,  sulla ghiaia

del c i r c o a sera,

sotto il tendone

illuminato

dai lunghi fari

fosforescenti,

meste finzioni,

stravagante tristezza!

Bimbi! ed “adulti"?

occhi bagliati da tanta striàz,

muovono le labbra,

spalancan la bouche…

Oh, che ingordigia!

In quella tenebra esofagea,

grotta, voragine, inghiottitoio,

sdrucciola a un tratto

l’Inciarmatore,

e in quell’ingluvie collettiva

sparisce il c i r c o intero.

 

   Apolitico è

questo strambotto,

senza ottave e alterne rime,

che non si cura della platea

ingravidata dall’immondo rospo

e lascia alle pive suonare

 il P L A C E T 

 

 

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 MANDRAKE THE MAGICIAN 

 

 

 

 

sempre accompagnato da LOTHAR,

  

gigantesco africano originario della Nubia 

 

e suo fido servitore dal caratteristico fez rosso,

 

con una pelle di leopardo sull'omero.

 

 

 LOTHAR

   Signori e Signore, gli Illusionisti e ipnotizzatori di turno Vi vogliono tutti Lothar (il nome norreno è davvero esaltante!...), a dire, tutti neri e leopardati, cioè addomesticati e servi con tanto di fez rosso sulla cervice nulla; ma, pensate!, con un soprannome esaltante...Tanti palloni gonfiati...Ponf Ponf...Insomma, per dirla in breve, I L L U S I  ! 

   A tal punto siete belli e fritti e ancor rifritti! E il circo, non quello degli acrobati, ma delle pulci e d'altro genere di fastidiosi insettucoli, continua...

   Mandrake, lo statunitense (con frac, mantellina e cappello a cilindro), fa l'appello:

 

Lothar, Presente!... Lothar, Presente!... Lothar, Presente!

 

Applausi da tutto il Global Village !!!

 

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 B U F F A L O F F I A

 

   Nell’Aula sorda e grigia, fumida di tanto fiato sprecato, era cessato il battibecco degli Uccellacci, Corvi petulanti e Cornacchie; presuntuose, come al solito, le femmine di questi passeriformi dell' avida famiglia degli homocorvidi. Un corvo autentico, che per caso si era trovato a svolazzare in quel torvo ambiente, era subito volato via da una finestra, scandalizzato dall’aspetto grottesco di quelle caricature della sua specie, spennacchiate e senza ali. La giornata era alla fine e il Sole stesso s’affrettava al tramonto, paventando il supplizio d’un surplus di fregnacce. Era infatti abitudine di quei smargiassi raccontar fregne su fregne, e alla luce del sole, senza vergogna alcuna. Una volta che il fattaccio si verificò (e furon fregne grosse come noci di cocco) in una  serata di plenilunio, la Luna, che come tutti sapete, è una gentildonna e costumata, fu costretta a nascondere  per pudicizia la faccia e, costernata, si oscurò. Fu quella una eclisse inattesa e la notizia riempì tutti i giornali; ma della seduta parlamentare nessuno parlò; chi volete che s’occupi delle fregnacce? Vero è che la tivvù, invece, ignorò l’eclisse e l’imbarazzo della luna, ma fece un lungo resoconto delle fregnacce rimpallate in quell’Aula disastrata. Quasi tutti i telespettatori rimasero a bocca aperta e asciutta, continuando in tale stato per il resto del giorno ed anche nel sonno, per tutta la notte. I Corvidi, venutolo a sapere, ne furono altamente inorgogliti e giurarono a se stessi che per tutto il tempo del loro incarico non avrebbero fatto altro che battibeccare a fregnacce, per poi ammannirle ai teleabbonati. Voialtri, pensate che questa storia sia finita? Macché, la storia continua e continuerà finché ci saranno Corvi, Gazze e Cornacchie intricanti e spennacchiate, la Tivvù e una Presidente, B…(uffa!)  L…(offia), invisa al sole, alla luna e al firmamento intero.*

   Dopo quanto riportato, raccomandiamo alla gente perbene di non guardare la televisione, onde non essere mortificata dalle solite ripetute fregnacce. Meglio nell’estate di giorno ascoltare le cicale e di notte i cori dei grilli; d’inverno, il rumore della pioggia o il borbottio della fiamma nel focolare. Di primavera e d’autunno, meglio passeggiare!

   La tiritera delle Gazze a parlamento: Tu racconti una fregna a me, io racconto una fregna a te! E agli elettori: Te’,te’… Te’, te’… Te’, te’… Te’…

 

Buffaloffia: Maschera venuta in voga all’inizio del terzo millennio. Vestita in modo pacchiano, e il brutto muso arcigno vistosamente truccato, la voce stucchevole, gli occhi da orgiasta morta di sonno e la boccaccia atteggiata alle smorfie più pagliaccesche, in specie alla vista degli Orango e dei Mandrilli e d’ogni altra sorta di quadrumani per i quali aveva sempre le lacrime pronte, e in tasca le cipolle. È gente che scappa dalle guerre!… Strillava Buffaloffia a destra e a manca. È gente che soffre, che i dittatori costringono a vivere continuamente con la coda stretta fra le zampe; per questo hanno i ventri gonfi. Guardate, che pena, che pena! Ma per nulla si curava dei propri simili. Va altresì detto che non furono molti i teatranti che apprezzarono questa maschera; infatti, risultò anche al pubblico più beota letteralmente antipatica. Per l’esattezza della cronaca, però, fu certamente apprezzata dagli scafisti e dai cinici interessati burattinai papisti.

 

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PETARDI E FUMACCHI

 

"spetezzar rende famosi"

 

 

Roma – Piazza Montecitorio

 

FUNNY  BIG ( canticchiando ) – Bella, ciao! Bella, ciao!

 

BUFFALOFFIA ( facendo la smorfiosa ) – Buon giorno, Funny Big! Qual buon vento ti mena dalle parti mie?

 

FUNNY  BIG ( metafisico ) – Il vento del Futuro, cara Buffaloffia! Siamo gente, noi, del Futuro! Siamo già nel Futuro…

 

BUFFALOFFIA fa le corna con le dita in atto di scongiuro ) – Questo tuo futuro sa di funerale; quando parli di futuro mi vedo stesa su un catafalco. Parliamo di cose allegre… (gonfia le gote e sbuffa).

 

FUNNY  BIG risentito ) – Loffia… Cara Loffia, posso abbreviarti il nome? Mi ci trovo meglio, col mio tosco! E te lo potrei pronunciare anche in inglese, sai che ormai sono un anglomane? Parlo l’inglese meglio della Regina, e dico Elisabetta I, quella che fondò la grandezza dell’Impero inglese. Io voglio, infatti, fondare la grandezza del Futuro. ( volge lo sguardo verso il cielo e prosegue urlando )Un Futuro immenso, incommensurabile; tutto, tutto, tutto il Futuro…

 

BUFFALOFFIA allarmata ) – Calmati Funny! Mi fai preoccupare. E poi, tutto questo urlare… la gente si spaura.

 

FUNNY  BIG sempre più mistico ) – La gente penserà che siamo innamorati. Innamorati Loof… innamorati, innamorati, Loof, del Futuro… del nostro Futuro, Loof… senti Loof l’alito del presagio che emana dal tuo… (si volge verso un punto indefinito dell’orizzonte e urla) Loooff, Loooff…

 

UNA CORNACCHIA passando in volo ) – Che tanfo!... cra… cra… cra…

 

BUFFALOFFIA ironica ) – Ora che ti sei sfogato con il tuo inglese da tosco gentleman, veniamo a fatti più concreti. All’oggi!

 

FUNNY  BIG ( entusiasta ) – Vuoi dire “agli alloggi” per gl’immigrati? Ne faremo di grandiosi, di immensi; ne riempiremo il Futuro. Spianeremo tutto l’Appennino e vi saranno alloggi per le tribù di tutta l’Africa. Faremo felice l’ANU ( tenta di scimmiottare l’africo gergo di Buffaloffia, poi si corregge ), scusa, l’ONU dicu e il Sommo Puff o Buff, così la smette di sbofonchiare in giro per i continenti, soddisfatto per  avere a sua disposizione un clero tutto nero e, a mensa, un piatto forte di vesce tutti i santi dì!

 

BUFFALOFFIA anche lei entusiasta ) – E faremo del nostro paese, il paese più industrializzato del mondo, dove i nostri giovani disoccupati avranno da lavorare e così, con il loro lavoro (benemerita fatica!) si potrà sfamare il terzo mondo intero. Questo sì, sarà un Futuro pieno di vita! Vita! Vita! Proibiremo i catafalchi, Funny! Evviva! (s’afferrano le mani e girando in tondo danzano).

 

 

 BUFFALOFFIA e FUNNY  BIG ( insieme ) – Giro,giro tondo,

                                                        quant’è bello il mondo!

                                                            Giro, giro tondo,

                                                         nero è tutto il mondo;

                                                           l’abbiam fatto nero

                                                               nero nero nero.

                                                        Evviva! Evviva! Evviva,

                                                         quant’è nero il mondo!

 

FUNNY  BIG accaldato ) – Ed ora, veniamo a noi, facciamoci i complimenti! Stai proprio bene Loffia, anzi cara Loof, in questa veste a sbuffi. Danzavi divinamente, ariosa! Il vento rimbalzando su quei rigonfi riproduceva scoppi di petardi… Esaltante, pe tar di !

 

BUFFALOFFIA indignata ) – Quando ti accaldi, diventi proprio una lofta di lupo, una vescia, Funny Big; si rompe e n’esce fumo…

 

UNA CORNACCHIA ripassando ) – Che tanfo!... cra… cra… cra…

 

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 AL CAPOLINEA DEL TEMPO

     Un perdigiorno nel Villaggio Globale

 

 

   In una sperduta città del Messico,

un posto senza pregio e rinomanza,

che a rievocarne il nome

restia è la memoria ancora,

consumo tequila al banco di un Bar.

Nello spoglio locale, un orologio 

solo coi battiti sonori

cadenza il tempo, ma non segna 

sul nudo quadrante le ore;

le lancette ferme alle otto del mattino

o, se più vi piace, alle otto della sera.

 

   Nel Caffè, l’orologio batte  

un dietro l’altro i secondi,

ma innanzi non spinge  

con le lancette l’ora!

E’ qui il capolinea del tempo?

   Quassù, in questa taverna,

nel cuor del Mesa centrale

sotto un’insegna zapoteca,

degusto la tequila

alle otto del mattino

oppur, non cambia nulla,

alle otto della sera.

   In questo remoto ambiente

d’un’anonima città d’altipiano

(chi me ne ricorda il nome?)

sorseggio la tequila,   

vestito di bianco al mattino

e, alla sera, vestito di nero.

 

Dal corno di Oniros,

diceva il mio longevo bisavolo,

fuoriescono i sogni…

Oniros, lo Spettro dalle ali

che trascendono il tempo!

 

              *   *   *

 

   Sono le otto della sera

e, qui, lungo le rive del Casamance

nel grembo dell’Africa nera

vestito d’una tunica scura,

siedo ai piedi d’un annoso baobab!   

   Sono le otto del mattino

e, qui, lungo le rive del Casamance

nel caldo grembo dell’Africa,

indossando per l’occasione

una sahariana bianca,

osservo l’orizzonte rovente

del più vecchio continente del mondo.  

 

   Dal corno di Oniros,

diceva il mio longevo bisavolo,

fuoriescono i sogni…

Oniros, lo Spettro dalle ali

che trascendono il tempo!

 

              *   *   *

 

   Sono le otto del mattino  

 o, se volete, le otto della sera

   Tra risaie e salici piangenti

nella provincia di Guangdong

scorre il Fiume delle Perle…

Maestoso scorre il fiume

mentre nella solitaria capanna

sorbisco una tazza di thè!

Nel mite silenzio fluente,

sulla parete,  batte l’orologio

un dietro l’altro i secondi

ma innanzi non spinge

con le lancette l’ora.

E’ il capolinea del tempo?

 

   Dal corno di Oniros,

diceva il mio longevo bisavolo,

fuoriescono i sogni…

Oniros, lo Spettro dalle ali

che trascendono il tempo!

 

              *   *   *

 

   Tutto cominciò in un Rione

oppresso dal frastuono,

dove l’ombra degli edifici

rende opaco persino il cielo.

   Bevo un infuso di thè verde

e melissa in un angolo di cucina,

quassù,  al quinto piano

d’uno stabile proletario;

sulla parete, l’orologio

batte un dietro l’altro i secondi

ma non spinge avanti

con le lancette l’ora…

  Forse, mi suggerite, è un mistero!

Ma proprio qui, nell’Urbe Eterna,

qui a Roma, la Cenerentola oggi

del Villaggio Globale,

è il capolinea del tempo?

 

 

 

 °°°°°°°°°°

 

MIASMI E ALLUVIONI

 

LES AFFAIRES

 

La torrida estate ha ceduto

all’autunno il tanfo selvaggio

delle giungle; le piogge

d’ottobre non picchiano alle vetrate

con tintinni d’argento

e dita leggere.

Non più le ottobrate

aprono l’animo al rimpianto

d’ubertose stagioni!

Turbini ed alluvioni

scoperchiano i tetti, svellono

gli usci, minaccian case,

officine, botteghe.

Sette sono i morti nel garage,

dodici nel paese vicino,

altrettanti sono i dispersi…

La conta scrupolosa

d’una corretta informazione!

Poi, il Sindaco dichiara

il lutto cittadino

e un coro unanime impreca

contro il clima (o il tempo) assassino.

Ed i limpidi cieli?

Segnati da tossiche scie,

i miasmi gassosi

dei “nostri” reattori…

E’ il progresso, che va a tutto gas!

 Plaudendo esclamate, contenti.

Non, forse, i vostri bellici furori?

Les affaires ! les affaires!

C’est -à- dire? Business

 

                       

 

 

 F U O R I   D A L . . .

 

   Io amo giacere nei luoghi dove giocano i bambini, vicino al muro diroccato, sotto i cardi, fra i rossi fiori del papavero.

   Io amo la libertà e la brezza che soffia su la terra fresca; amo meglio dormire su le pelli che sui loro onori e su ciò ch’essi tengono in pregio.

                                                                                                                                                                     (F.Nietzsche)

  

 

   Eravamo sul punto di chiudere questo terzo volume sul Vilglob, allorché un nostro interlocutore (un visitatore curioso?),ci pone la domanda:” E voialtri, come passate le giornate? Che fate di bello?” Eccetera, eccetera…

Per soddisfare l’amabile curiosità e tranquillizzare il nostro amico abbiamo pensato di pescare a casaccio qualche fatto dal nostro diario giornaliero. Da questi raccontini egli potrà dedurre che non facciamo nulla di straordinario, nulla di eroico, nulla che surriscaldi la nostra fantasia, nulla che attiri su di noi l’attenzione, nulla che ci proponga come i campioni di sport terrestri o di agonismi che impegnino i firmamenti. Non ci diamo vanto di alcun merito, se non di esser garbati con tutti, comprese le piante e gli animali. Il vizio umano dal quale più rifuggiamo è la vanità, che spesso s’accompagna alla menzogna, ritenuta da noi un grave fallo. Teniamo molto, ma senza timori, alla bellezza e all’ordine del cosmo, ad una società integra e sana, alla lealtà amicale, alla nostra salute e ad elevare, educandola bene, la nostra mente.

Non ci sottraiamo ai nostri doveri. Se il nostro mastodontico Ciclope (l’Ego) ci chiede chi siamo, rispondiamo pacatamente: Nessuno.

Ed ecco a te, caro amico, alcune faccende, tratte dal nostro diario, trasposte per l’occasione in forma poetica, per il tuo divertimento. Sorridine!

 

Il riso fa buon sangue.

 

 

 LA MOSCA

            

Avrei molte cose da dire

di Mosca la Pitagorica

                           Luciano

 

 Una mosca importuna

stamani, peggio d’un tafano,

ha preso a dar l’assillo…

Che aria spavalda acquista mentre

si lustra con le zampine

la proboscide!

Or diventa insopportabile,

mi sfida a… liquidarla…

Tanta molestia indispettisce,

eppure debbo ricredermi;

già, mi sorprende questo strenuo impegno!

È, forse, il suo metodo didattico?

Ravviso ora l’abbaglio:

Suvvia, resta imperturbabile,

mi dico, trai profitto da tal caso!

Acquisire pazienza è pur virtù.

Toh! Ho sol rimuginato e il dittero

                se n’è volato via…                  

  

Maestria della natura!

Leggi nel suo volume,

ti parla ogni creatura

se c’è rispetto e amore.

 

                        

 

 

I PESCATORI

 

Il color genoano della fiamma

vampeggia, crepita, si perde

nell’aria, si raggruma

in vapore odoroso in mezzo al campo

e in fine allunga un velo d’argentana

sul ceraso maturo.

E già la rosseggiante, calda

cinigia di ramerino sparge

fragranza e di spineto.

 

  Rosola sulla graticola

lo scombro, odoroso esala il fumo

argenteo delle squame…

Pronto è l’assaggio,

spicca un bicchier di vino chiaro

e predisposta è la degustazione!

Un predatore spia dall’alto,

l’ala allungata nell’arioso azzurro.

-Uh, che delizia !- esclamano i compari.

   Alla peschiera del mercato

del pesce l’han pescato

e a buon mercato,

ma quel grigliar sapiente

ben d’arte pescatoria

sfoga il talento.

 

                             

 

 

A U T U N N O

 

GELO SERALE

 

   Questo sole, che affonda

Nelle nubi il suo raggio

E sbadiglia sui campi

Una pallida luce!

Sembra che ormai la Terra

Volga all’era dei ghiacci…

Ma è solo il tramonto

D’una sera d’ottobre!

Un singolar tramonto

Che mantiene il ricordo

Di quell’età lontana?

Pur gelida e pungente

 Soffia lenta la bora

Sul paesaggio nudo,

Sugli alberi spettrali,

Su d’un volo smarrito!

Di tra le nubi spunta

Una gelida luna…

Accendiamo il camino

E facciamo un gran fuoco,

Et è bello et iocundo

Et robustoso e forte!

 

   Sfolgorerà dimane

Caldo sorgendo il sole?

 

 

 IL MATTINO  SEGUENTE

 

   Il cielo non è scarso

Di nuvole stamane!

Là, bianchi cirri,

Nubi, qui, bigie.

Scuote il vento le fronde

Perfino nel querceto,

Ma non semina gelo.

Dall’ampie vetrate d’azzurro

S’affaccia il sole,

Et è bellu e radiante!

La mite lontana memoria

D’un mistico dugento

Assale gli umbri colli…

Scorre tranquillo il Tebro,

Ed oggi è il giorno buono

Per la raccolta!

 

   Nel raggio luminoso,

Sull’alberel d’Atena

Luccicano le grasse olive.

 

 

 Ci fermiamo. Questi pochi esempi riteniamo siano bastevoli; un di più annoierebbe e spegnerebbe il sorriso sulle labbra del nostro amico, al quale auguriamo di non finire nelle reti della dottoraggine di qualunque genere, essoterica o esoterica che essa sia. Conservi, invece, sulle labbra sano il sorriso, limpida la mente e caldo il cuore.

 

   Se si atteggiano a sapienti, mi sento come agghiacciato dalle loro sentenze e dalle loro verità; la loro sapienza esala un odore come di palude; e già vi udii gracidare le rane!

   Destri sono essi, e hanno le dita accorte: che cosa è la mia semplicità in confronto alla loro molteplicità? Le loro dita sono esperte nell’annodare e nel tessere: in tal modo essi fanno la calza dello spirito!

                                                                                                                                                                  (F.Nietzsche)

 

 

 

DI  RITORNO  AL  VILGLOB . .

 

Quel che vi accade e quel che vi potrà accadere nel futuribile di tutti i futuribili possibili è bene raccontarlo così...

 

 

O Uomo... Uomo!

 

 

 

 TALE  FOSTI  UNA  VOLTA

 

 

 QUANDO  ERI  UNO  COL  CIELO

 

------------   °     °     °   ------------

 

 

 

 OGGI  SEI  COSÌ

 

Un terrigeno massmediale

 

 

------------   °     °     °   ------------

 

 

 

 D O M A N I

 

?

 

------------   °     °     °   ------------

 

   Qui termina la storia del Vilglob. Ritornarono sulla Terra le foreste, si ripopolarono di flora e di fauna. Tutta la natura tornò alla sua esuberanza. I cieli tornarono azzurri e d’un turchino incantato. Erano scomparsi dal pianeta i mostruosi edifici delle caotiche megalopoli. La natura si era riappropriata di enormi spazi e viveva felici primavere. Gli ominidi superstiti si erano ritirati nelle foreste dove vivevano la loro vita naturale, dimentichi delle disumane scienze che i loro padri degeneri avevano imposto. Erano semplici e buoni e lontani dall’immaginare le follie, gli ordigni di distruzione e di morte che i loro antenati avevano prodotto. Sapevano essi, e ne erano contenti e non paventavano alcun male, che in plaghe ridenti dell’enorme pianeta abitavano Uomini nuovi, saggi e virtuosi, i quali rispettavano tutte le differenze dei regni della natura, che rispettavano altresì la loro vita di forastici esseri della selva. Sapevano che quegli Uomini erano talmente riguardosi l’uno dell’altro e delle differenze e non presumevano d'imporre a chiunque una disumana eguaglianza. Le loro leggi erano giuste, perché prescrivevano il rispetto appunto delle disuguaglianze e coltivavano i caratteri e le inclinazioni legittime ed anche la felicità di tutti. Sempre nel rispetto della concordia. Le loro città godevano di enormi spazi, di aria salubre e di una numinosa Pace. Gli ominidi ne erano oltremodo contenti. Finalmente l’Uomo aveva fatto ritorno sulla terra. L’incubo terrifico del Vilglob con le sue mostruosità era finito per sempre. E il tempo scandiva la circolarità delle stagioni nella divina luce del cielo.